Intenti

Questa non è una mostra pacifica.

Questa è una mostra violenta, e lo è deliberatamente. Nessuno sano di mente acquisterebbe queste immagini come opere, non sono decorazioni, ma laceranti coltellate, ferite profonde che nessuno di noi starebbe ad appendere alla vista come il quadro di una crocifissione.

Il suo primo scopo è disturbare. Disturbare il benessere delle coscienze addormentate, quelle che preferiscono girarsi dall'altra parte, quelle che disquisiscono sulle ragioni della guerra come se le ragioni potessero esistere — quelle che dal calduccio confortevole delle proprie mura, riparate all'ombra della pensione, del piccolo e grande benessere, farfugliano teorie intrise di una pace crudele. Una pace che condanna i deboli e incorona i forti. Una pace che elegge a leader le nuove sadiche macchiette, tumori rivoltanti che la storia — peggio di ieri — oggi ci regala sorridendo.

Non cerco il vostro consenso.

Non cerco la vostra comprensione.

Cerco il vostro disagio.

Perché solo chi è a disagio di fronte a migrazioni dolorose e guerre sanguinose, fatte di ragazzi mandati a perdere la loro giovinezza — chi con il sangue, chi con il cuore — è ancora vivo dentro.

Ho costruito queste immagini una ad una, con le mani e con la mente, sapendo che avrebbero fatto male. Non per sadismo, ma per necessità. Perché l'arte che non disturba è decorazione. E io non faccio decorazioni in tempo di guerra.

Ogni opera è un atto d'accusa. Non verso i carnefici soltanto — quelli sono ovvi, quasi banali nella loro infame ferocia. L'accusa è verso chi guarda e non vede. Verso chi sa e tace. Verso chi sceglie il silenzio perché il silenzio non costa nulla, verso chi sceglie il complotto "di altri" per declinare ogni grave responsabilità del proprio qualunquismo, della propria assenza dal reale.

Verso di noi — se siamo tra quelli che tacciono, e non restituiamo alle vittime il loro valore reale.

Sono un fotografo. Ho sempre creduto che l'immagine potesse fare ciò che le parole non osano. Oggi non ci credo più abbastanza — e per questo ho dovuto spingermi oltre. Ho manipolato, bruciato, sepolto le fotografie sotto strati di significato, finché non diventassero qualcosa di più della realtà. Finché non diventassero verità.

Questa mostra non offre soluzioni.

Non consola.

Non assolve nessuno — men che meno me.

Se uscirete da qui uguali a come siete entrati, avrò fallito.

Se uscirete da qui infastiditi, inquieti, arrabbiati — allora avrò fatto il mio lavoro.

Biografia

Maurizio Marcato fotografa da mezzo secolo ma non è questo che conta. Qui. Ora.

Abyssosfera nasce dall'osservazione di un'indifferenza che vede ogni giorno — verso chi muore lontano, viene cancellato dalle immagini prima ancora che dalla memoria. Migliaia di ragazzi muoiono ogni giorno senza neppure essere contati o raccontati. Ma questo lavoro non vuole informare. Vuole essere un pugno nello stomaco a chi ha smesso di sentire, a chi non vuol sentire.

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